John Greaves & Friends (Ex Convento di Santa Chiara - Piacenza - 5 Agosto 2023)

Pubblicato il 18/09/2023

Argomento: Musica

L’arrivo del ciclone Circe, nell’anno in cui il cambiamento climatico viene storicizzato ufficialmente, rende frizzante l’aria nella Piacenza semi-deserta di un’estate torrida e afosa.

La strada dalla stazione dei treni al Chiostro di Santa Chiara non è poi così distante e arrivato a destinazione l’atmosfera di pace che si respira nel luogo dell’evento a cui Max Marchini di Dark Companion più ha
puntato per questa stagione, è grande.

Nel colonnato ci sono maschere elegantissime e cortesi che accompagnano il pubblico nel cortile.

Qui Max accoglie chi conosce (tutti o quasi mi verrebbe da dire) con una benevolenza davvero amicale.

Nello spazio assai ben organizzato campeggia il grosso palco con la strumentazione già pronta. A destra un campanile illuminato da luci che cambiano colore ad ogni battito di ciglia, all’ingresso invece c’è una zona
rinfresco.

Nel pubblico c’è gente proveniente da tutta Europa e i nomi del progressive rock che contano non mancano a palesarsi. C’è una delegazione del giornale online MAT2020, ci sono Giorgio Fico Piazza, ex P.F.M., che apprendo suonerà qui nei giorni a venire e poi il Presidente del Peter Hammill e Van Der Graaf Generator Study Group (Emilio Maestri), Leonardo Pankowich della Moonjune Records, piccole e grandi glorie italiane del Rock in Opposition.

Del resto, cosa accadrà su palco non è chiaro. Si sa che appresso ad un sodalizio musicale ormai consolidato da anni, ovvero quello tra John Greaves (Henry Cow, National Health, The Lodge…) ed Annie Barbazza
(North Sea Radio Orchestra), figureranno i nomi di ben due glorie vicine alla sigla King Crimson (Mel Collins e Jakko Jakszyk). Con loro due professionisti meno noti, ovvero il batterista Régis Boulard dei Trunks e il violinista Laurent Valero, ambedue attivi in ambito jazz-rock.

L’ensemble viene presentato come “John Greaves & Friends” ed è l’ennesimo festoso aggregatore di pulsioni e slanci creativi generato dal lodevole Marchini, ormai a ben vedere un vero e proprio faro per
l’avant prog globale, nonché figura al limite di un Lorenzo de’ Medici piacentino capace di miracoli che solo un visionario potrebbe gestire con una regia così efficace.

Nell’arco del concerto poi verrà detto che l’ensemble non è cosa estemporanea e che probabilmente prenderà nome “Island”, come il brano e il celebre album a Corte del Re Cremisi del 1971.

Facendo un passo indietro però il racconto si fa più vivido e interessante perché davvero ciò che accade è congegnato per restare come “evento” nella memoria collettiva.

A presentare con superba, austera e composta grazia è Irma Zanetti, attrice teatrale di formazione nobile e scrittrice acclamata.

La sua declamazione a presentare la serata, esposta in più lingue, con dizione calibrata e carisma davvero magnetico, porta il pubblico a realizzare con misura quanto sta per accadere.

A lei segue su palco un Marchini come sempre disinvolto ed emozionatissimo, cosciente di essere lui alla regia di quanto sta per accadere.

Non tardano ad accendersi le luci e i musicisti, uno per volta, fanno ingresso su palco, Greaves per ultimo.

Una cosa da subito sorprende, al pianoforte non c’è il polistrumentista gallese degli Henry Cow, ma Annie Barbazza.

Questo piccolo, centratissimo sortilegio permetterà al musicista di dedicarsi al proprio strumento principe (il basso elettrico) in modo chiaro e mirato e gli permetterà oltretutto di esprimersi vocalmente con una
stabilità di emissione fin qui mai ascoltata.

Dal canto suo Annie appare perfettamente a suo agio negli appoggi di pianoforte che non richiedono virtuosisimi di sorta ma una matematica alternanza di patterns assai sbilenchi, con certosina precisione,
senza una minima sbavatura.

Non solo, con i capelli sciolti, vestita in modo signorile e sobrio, sorridente e sicura, Annie attesta il suo ruolo di chanteuse per eccellenza della scuola post wyattiana.

Greaves invece, dopo aver lasciato cadere su palco nel tentativo di imbracciarlo, il basso elettrico, lo indossa come si potrebbe fare con il racconto della sua vita esposto nella sua massima lucidità e si muove dinoccolato come una figura espressionista uscita da un’opera di Schiele. Agita il suo strumento al pari di una bandiera fiera, o forse come scheletri danzanti tirati fuori da un armadio ed esposti a pubblico ludibrio in una sorta di esorcismo collettivo, un Grand Guignol prossimo alla secchezza drammaturgica di Beckett, di Brecht.

Le geometrie disegnate sono assai fluide, dialogano in maniera spontanea ma senza sosta, sono astratte, non hanno nulla della disumanità delle musiche correnti scritte con programmi informatici, non si attestano mai come prevedibili e non cercano di sorprendere in alcun modo, si manifestano con naturalezza. C’è tocco, convulsione, ma non esibizionismo. Neanche l’emozionalità è mai esibita come nell’idea mitteleuropea a cui la manciata di canzoni che Greaves espone (quasi tutte dal suo ormai immenso repertorio) fa riferimento.

Il canto bofonchia, ha qualcosa di gutturale, evoca Nick Cave e Tom Waits, Gavin Friday, ma soprattutto John Cale nell’epopea che da Paris 1919 a Music for a New Society avrebbe portato al mondo un’idea di
dramma associato alla canzone che cinquant’anni fa pareva eccessiva, quarant’anni fa sembrava estinta e oggi è solo a nome di chi l’ha difesa nel corso dei decenni. Chi più giovane la espone, (Circuit des Yeux, ad
esempio) è stato deciso dalla “critica che conta”, non può avere un futuro.

Da The Price We Pay del 2020 (per Dark Companion), I singoli racconti assai intimi ma mai estranei a qualcosa che possa ambire ad una dimensione sociale ampia, come una volta si diceva per la poesia
(ricordate cosa si diceva alle scuole medie di Leopardi e il suo dramma che da individuale diveniva universale e così l’intimità nuda e cruda dei poeti ottocenteschi?), la scaletta scorre ad abbracciare titoli
che sono parte non solo della storia del musicista gallese, ma di chiunque abbia dato credito all’utopia del linguaggio lirico avant prog su cui si è messa una croce definitiva.
Eppure questi racconti appaiono così maledettamente attuali, in corso d’opera di eventi, a testimonianza di quanto certi musicisti siano stati avveduti nei decenni d’oro delle avanguardie delle musiche popolari.
Ma ce li vedete i canuti signori seduti nella ricchissima, opulenta, ultra-borghese Piacenza (a cui Greaves ha dedicato il nome di un suo album recente, alla maniera delle improvvisazioni con gli Henri Cow dei 70, che prendevano il nome di città come Udine… ad esempio) a seguire brani che parlano di “socialismo”?
Quei brani che un tempo avevano trovato nell’austera emotività, quasi marziale di Dagmar Krause, nelle Feste dell’Unità nostrane o nei raduni anarchici, ora trovano il calore ben più estetizzante e meno spigoloso di Annie e acquistano una valenza altra… intima, forse più disturbante, perché richiamano “cosa siamo diventati”.

I tributi a Pip Pyle dei Gong, a Wyatt con Little Red Riding Hood sono materia viva, si contorcono come animali in preda a convulsioni e coscienti di una deriva storico culturale che ha istituzionalizzato e formalizzato taluni argomenti che sono parte essenziale del racconto drammaturgico, non un contorno a una musica “suonata bene”.

Il respiro Greaves/Barbazza è pura osmosi e nonostante i comprimari sembra trarre beneficio indispensabile solo nel contributo eccellente di Régis Boulard, il resto è grazia molto più che ben accolta.
Il batterista francese, attualmente di stanza in Svezia, è un motore perfetto per una formazione simile. Ne incarna le dinamiche, le amplifica con discrezione, non cerca mai protagonismi ma spicca e sempre con naturalezza assoluta, da chi il linguaggio del jazz sa perfettamente cosa sia e dove risiede. Seziona le geometrie e le rende in un’amalgama avvincente.

Il trio così composto è talmente tanto ben ordito da trasformare gli altri musicisti in comprimari, ma come detto, di lusso.

Jakszyk con grande eleganza e umiltà dosa i suoi interventi alla perfezione, dedicandosi certo ai cori, ma assestando pochi calibratissimi, vibranti assoli di chitarra tali da rimanere nella memoria collettiva con gran
piacere. Non solo, centra anche un arrangiamento assai azzardato a mettere assieme Indiscipline dei Crimson con un brano a firma Greaves dal tono intimo. Senza subbio questa protrebbe essere una strada da
perseguire per il futuro live della formazione, quella di un mash-up in fase d’arrangiamento.

Ovviamente la presenza di due membri dei King Crimson non poteva non dar luogo all’esecuzione almeno di un brano della storica band inglese e infatti arriva Island a trovare un’attesa del pubblico più che
appagata.

La versione eseguita ha leggerezza dovuta e non è esposta nella sua totalità. Jakko la rende con una nasalità timbrica maggiore rispetto al velluto assoluto del compianto Boz Burrell, cantante e bassista con troppe
smanie di protagonismo, ad antico giudizio di Sua Maestà Cremisi Robert Fripp, ma co-partecipe di una delle line-up più avvincenti e discusse dell’eminenza del progressive rock inglese.

Mel Collins era parte di quella formazione e sarebbe tornato a diventare artefice del marchio crimsoniano solo nel 2013.

Nell’arco della serata ci sarà spazio anche per lui che donerà parsimoniosi interventi di flauto traverso, come si sarebbe detto un tempo “dal profumo canterburyano”, ovvero ricchi di fioriture ma per nulla
estranei all’invenzione di linee melodiche che in questa formazione assumono un carattere orchestrale.

Più dirompenti invece i suoi interventi al sax, a seminare qualche colore più espressionista.

Più laterale invece l’intervento di Valero, ora al violino, ora alla viola. Il suo contributo per quanto lievemente penalizzato all’inizio da un’eccessiva distanza dall’amplificazione (comunque il plauso all’Elfo
Studio è sempre di rito, visto il gran lavoro svolto), ha avuto un carattere veramente “sinfonico” (il musicista è parso da solo una piccola sezione d’archi) e si è mosso in quanto a linee melodiche all’unisono o
in armonizzazioni semplici ma ficcanti, a quanto prodotto da Collins.

L’effluvio di colori seminato è talmente vasto da condurre tutto d’un fiato verso la fine del concerto e col solo desiderio di bis e arrivano dunque “Hell’s Despite”, “Twins & Trios”.

Standing ovation più che meritata, soddisfazione assoluta del pubblico e un unico desiderio: avere l’opportunità di rivedere ancora assieme su palco tanta Storia della musica.

Perché ormai è chiaro. Il lavoro che Marchini sta operando negli ultimi anni a favore della valorizzazione del canzoniere di Greaves è tale da portarne alla luce il valore indiscutibile e mai adeguatamente considerato.
Un valore pari a uno dei più grandi tesori delle musiche di confine tutte degli ultimi 50 anni.

Se negli anni c’è stata volontà di avvicinare e storicizzare quanto prodotto da Peter Blegvad con cui Greaves ha diviso alcune delle pagine più gloriose della musica europea, ora è il tempo di riconoscere anche al
compositore gallese quanto gli è dovuto.

Non è difatti neanche passato un mese dal concerto qui raccontato, che la benemerita Dark Companion ha dato alle stampe un nuovo capitolo a vedere assieme Annie Barbazza e Greaves: “Earthly Powers” ed è
ancora una volta meraviglia.

Il racconto è vivo, la memoria salda, il presente florido di sviluppi intensi e di un’umanità intima, ma dal calore universale. Un calore di cui abbiamo maledettamente bisogno.

Campanile di Santa Chiara
Barbazza
Jakszyk
Collins
Max Marchini
Irma Zanetti
Locandina