
Recensione
di Marco Cavagna
Voto: 7.5/10
Ottimo esordio discografico per questo trio ormai attivo da parecchi anni sulla scena genovese, votato alla loro ricerca sonora costantemente in evoluzione.
Il disco apre con ( to care) che rimanda subito a certe sonorità tra il rock alternativo dei Deus e il low-fi dei Pavement.
Si intuisce già quindi quale è stato il percorso artistico-creativo della band, che riesce a miscelare in maniera efficace tutte le loro diverse influenze.
La sezione ritmica è molto solida, il suono è secco, sporco e preciso,le soluzioni chitarristiche distaccate ma non dissonanti. I brani non hanno una struttura del tutto lineare, lo schema strofa-ritornello-strofa lascia spazio a diversioni che poggiano su un’idea iniziale. Non mancano sperimentazioni elettroniche, ed alcuni suoni ed accordi ricordano lo stile “At the drive-in” ma invece della rabbia assoluta trova posto un pathos emotivo angosciato ma senza rassegnazione. Le linee di basso che reggono la struttura sono incisive e precise e per un istintivo accostamento mi vengono in mente i Fugazi. “We need time”,il pezzo che vede la partecipazione di Mike Watt(Minutemen,Firehose) è eccellente ed il connubio che i ragazzi hanno trovato con l’eccentrico musicista è notevole. Il brano è quasi un inno disincantato alla dilatazione del tempo come forma di comprensione tra gli individui; suggestivo ed un po’ ipnotico il riff che accompagna tutta la canzone.
Un esordio maturo per un gruppo fresco di idee, che si concretizzano in un post-art-rock sperimentale. Decisamente esportabile e degno di nota questo primo lavoro del gruppo genovese dalle radici anglofile e da un vasto background musicale anche se però forse un po’ troppo orientato verso un pubblico di nicchia.