Gianmaria Testa

Vitamia

Critique
Posté le 25/10/2011
Vote: 8.5/10

Molto bello, ma dov’è volato il canarino canterino?

Sarà forse che pubblicare un album dopo aver vinto una Targa Tenco come migliore album dell’anno (è avvenuto nel 2007 con “Da questa parte del mare”) è sempre un’operazione difficile, un po’ come pubblicare un secondo album dopo un esordio con il gran botto, sarà forse che Gianmaria Testa ha superato da poco la soglia dei cinquantanni (è del ’58) e la maggiore maturità impone riflessioni più profonde, ma sono passati ben cinque lunghi anni tra l’ultima sua fatica discografica (“Da questa parte del mare” – 2006) e questo nuovo disco intitolato “Vitamia”.

Forse è soprattutto questo secondo aspetto ad aver portato a una gestazione così lunga se, come racconta lo stesso Gianmaria nel suo sito, l’intero progetto è nato da questa riflessione:

“Una volta un amico mi ha detto - prova a contare la vita in giorni invece che in anni, vedrai come cambia la prospettiva - Aveva ragione, tutto si accorcia e si rimpicciolisce. Il giorno è una dimensione minima e quasi misurabile in respiri. Gli anni al confronto sono un tempo metafisico, anche se pure loro adesso mi passano alla velocità della luce. Così questo disco doveva chiamarsi 18000 giorni perché quella era l’età che avevo quando ho cominciato a pensarci. Poi i giorni sono diventai 19000 e più, il materiale non era pronto e ho rinunciato a quel titolo.”

E’ vero, forse “18 mila giorni” sarebbe stato il titolo più appropriato per questo disco, giacché sette canzoni su undici sono state scritte per lo spettacolo teatrale “18 mila giorni – il pitone” che ha debuttato al Teatro Carignano di Torino, nato da un testo di Andrea Bajani sul tema del lavoro e che ha visto Gianmaria protagonista sui palchi di tantissimi teatri con Giuseppe Battiston.

E’ uscito invece con il titolo “Vitamia” tutto attaccato a voler intendere il disco non tanto come un bilancio della propria esistenza, bensì come l’insieme di alcune riflessioni che legano passato, presente e futuro, secondo la naturale evoluzione di quelli che sono stati questi suoi ultimi due anni di tournée teatrale.

Questo disco non ha certo la compattezza quasi monolitica del disco precedente che era un vero e proprio concept album tutto incentrato sull’immigrazione, qui semmai si potrebbe parlare di filoni tematici.

Troviamo così un filone intimista e direi anche minimalista, tanto caro a Gianmaria e a questo appartiene ad esempio la prima traccia “Nuovo”, una canzone basata su un’idea semplicissima “Nuovo da lasciare un gusto in gola / nuovo come una parola che non so / nuovo che se chiamo e non rispondi / molto forte, molto più forte / ti chiamerò" ed esplicitamente dedicata al suo, ultimo figlio, qui chiamato affettuosamente piccolo Principe delle Asturie.

Sempre a questo ipotetico filone, possono essere annoverate le successive due tracce.

La prima, “Lasciami andare”, nasce da una constatazione molto umana: passata la cinquantina capita sempre più di frequente di partecipare a funerali di amici, da qui l’amara riflessione “non torneremo mai / sui nostri passi mai / non ci sarà mai posto / neanche di nascosto / nei giorni andati mai / non torneremo più / nemmeno a ricordare”.

La seconda, “Lele”, riporta ai nostri giorni caratterizzati da una forte immigrazione, una vicenda che in realtà è più lontana, una vicenda che vede protagonista una suicida “sua madre lavorava duro / di certo non è morta per amore / di suo padre non ricorda niente / solo un’idea lontana di rancore”, bellissimo è l’ingresso finale di Mario Brunello e il suo straziante violoncello.

Ancora alla sfera personale appartiene “Dimestichezze d’amor”, forse la canzone più bella in assoluto dell’intero lavoro, indovinata sin dal titolo che è un’invenzione poetica, quasi a indicare il nuovo corso di un amore che forse amore più non è “come fosse per noi / un’altra luna si accende / e una pagina bianca / distende alla notte / da scrivere ancor / come fosse per noi / poi la notte si arrende / ma parole pretende / e carezze / dimestichezze d’amor”. Ogni parola prende forma ed è la forma della poesia più pura.

C’è poi “18 mila giorni”, dedicata all’amico di sempre Erri De Luca, una specie di laica preghiera in cui alla propria esistenza, qui personificata, si chiede umanamente “tu trovameli adesso, Vitamia, trovali / portameli qua / e giorni così lunghi e accesi / di parole nuove / tu cercali, Vitamia, cercali adesso / portameli qua”.

Sempre a questo filone è riconducibile la struggente “Di niente, metà”, che affronta un tema personale quanto ormai diffuso, la separazione e lo scioglimento di un vincolo, quello matrimoniale, che si pensava indissolubile. Ineluttabile sembra davvero il dissolversi di ogni relazione “volerti soltanto per me / sembrava rubare qualcosa / con tutta la vita che c’è / noi sempre chiusi in una storia / una sola / così abbiamo detto si va / e poi casomai si ritorna / tu hai preso, di niente, metà / io l’altro niente e poi ho chiuso / la porta”. Fondamentale qui è la presenza del trombone di Gianluca Petrella, capace di porre l’accento questa sensazione di disgregazione.

Un piccolo discorso a parte merita secondo me il brano 20 mila Leghe (in fondo al mare)”, perché se è pur vero che più che una canzone sembra quasi essere un’intima orazione, quasi sommessa, ha però in sé una valenza sociale che va ben oltre la sfera del proprio intimo pensare.

L’idea di Gianmaria è di una semplicità disarmante, s’immagina che le acque del mare inizino a dividersi, rivendicando ciascuna un’autonomia territoriale. Di divisione in divisione si arriva alla formula stessa dell’acqua, H2O, con la zuffa degli atomi e l’idrogeno che pretende di separarsi dall’ossigeno in virtù della propria “maggioranza”, fino all’inevitabile collasso finale “ci fu come un vento, un soffio infinito / e l’acqua dei mari s’invaporò in cielo / rimase un deserto di sale e granito / ma buio e profondo più nero del nero”.

Accanto a questo filone che definirei più tipicamente testiano, c’è spazio anche per delle canzoni legate fortemente al sociale, alle tematiche del lavoro o meglio al fenomeno ormai sempre più diffuso dell’assenza di lavoro, trattasi delle due canzoni “Cordiali saluti” e “Sottosopra”.

Il loro essere diverse dall’intero contesto, mi sembra persino sottolineato dal ricorso a sonorità poco abituali in Gianmaria, in entrambi i brani, infatti, troviamo la presenza sostanziale di chitarre elettriche distorte.

Anche lo stesso trombone di Petrella, presente in “Cordiali saluti” suona in maniera molto spiazzante, come spiazzante d’altronde è questa irridente lettera di commiato a una persona licenziata e che è liberamente ispirata al romanzo “Cordiali saluti” di Andrea Bajani.

Quasi assordante è il “rumore” di fondo, che caratterizza il rock tirato di “Sottosopra”, canzone che ci narra di un operaio appollaiato per protesta in cima a una gru e delle sue illusioni “io per un attimo ho creduto di vederti / in mezzo agli altri sotto a solidarizzare / però non eri tu e son rimasto su / sul tetto a bivaccare” e disillusioni “anche i compagni sono andati e li capisco / non era mica così facile restare / se c’è qualcuno che ti aspetta / se hai qualcuno da potergli raccontare”.

Restano infine due canzoni, che si potrebbero racchiudere dentro la voce "infanzia", ma se “La giostra” è chiaramente un’onirica filastrocca che ci rimanda dritti dritti alla propria infanzia, attraverso un sogno cui ci si vorrebbe fortemente aggrappare tutti, perché forse è proprio l’unica consolazione in un mondo, si ì visto fin qui, che ci offre davvero ben poche vie d’uscita, la canzone “Acquadub”, che dura poco più di un minuto, appare poco chiara, sembrerebbe quasi un incubo infantile con quei versi finali “e poi mia madre che dice / non toccare niente / non toccare / niente / niente” e la presenza, bella quanto un po’ inquietante, del glockenspiel. A me ha ricordato un po’ le atmosfere spettrali e sinistre, del bel disco d’esordio di Giuseppe Righini “Spettri e sospetti”.

Quel che è certo è che il nuovo disco di Gianmaria Testa è un disco fortemente pensato, qualcuno potrebbe pensare anche troppo a lungo visti i cinque anni di attesa per vederne la pubblicazione, ma io penso che fosse stato per lui l’intero progetto avrebbe avuto bisogno di un’ancora più lunga gestazione, vista la sua maniacale cura dei particolari, il suo soppesare ogni singola parola e ogni corrispondente silenzio.

In “Vitamia” ci sono evidenti segni di novità, come il dare spazio alle chitarre elettriche (suonate anche in prima persona dallo stesso Gianmaria) e alle relative distorsioni, la soppressione quasi totale della sezione fiati, se non fosse per la presenza del trombone di Petrella in due brani e, almeno in “Cordiali saluti”, comunque suonato in maniera ben poco convenzionale.

Personalmente, pur continuando ad apprezzare la pregiatissima fattura artigianale di queste nuove canzoni, sento però un po’ la mancanza di quella elegante e sopraffina leggerezza che tanto lo aveva contraddistinto in passato. Dove sono finiti il transatlantico di carta, l’aeroplano a vela e il canarino canterino che tanto mi avevano fatto sognare?

Gianmaria Testa - Vitamia

Gianmaria Testa

Vitamia

Cd, 2011, Egea

Tracks:

  • 1) Nuovo
  • 2) Lasciami andare
  • 3) Lele
  • 4) Dimestichezze d'amor
  • 5) Cordiali saluti
  • 6) 18 mila giorni
  • 7) Acquadub
  • 8) Sottosopra
  • 9) 20 mila Leghe (in fondo al mare)
  • 10) Di niente, metà
  • 11) La giostra

Renseignements pris à partir du disque

Crediti
Gianmaria Testa: voce, chitarra (1, 4), chitarra elettrica (2, 6, 8), dobro (9)
Claudio Dadone: chitarra (1, 6, 9), chitarra elettrica (2, 4, 5, 8, 10, 11), mantice (9), coro (11)
Giancarlo Bianchetti: chitarra classica (1, 4), chitarra elettrica (1, 2, 5, 6, 8, 11), chitarra (9), coro (11)
Nicola Negrini: contrabbasso (1, 3, 4, 6, 9, 10, 11), basso elettrico (2, 5, 8), coro (11)
Philippe Garcia: batteria (1, 2, 4, 5, 6, 9, 10, 11), melodica (1, 7), pianoforte (7), glokenspiel (7), batteria preparata (8), acqua (9), coro (11)
Roberto Cipelli: pianoforte (2, 3, 4, 6, 10), piano Rhodes (5), pianoforte preparato (9, 11), coro (11)
Luciano Biondini: fisarmonica (3, 4, 9)
Carlo De Martini: violino (3), viola (3)
Mario Brunello: violoncello (3)
Gianluca Petrella: trombone (5, 10)

Testi e musiche Gianmaria Testa
Prodotto : Paola Farinetti per Produzioni Fuorivia
Pre-produzione artistica: Gianmaria Testa, Claudio Dadone, Paola Farinetti
Arrangiamenti "Cordiali saluti" e "Sottosopra" Claudio Dadone
Trio d'archi in "Lele" scritto da Roberto Cipelli, tranne il finale per violoncello solo di Mario Brunello
Registrato alla Fonoprint, Bologna da Roberto Barillari
Assistente e fonico aggiunto Enrico Capalbo - maggio 2011
Mixato alla Fonoprinti, Bologna da Roberto Barillari
Mastering: Maurizio Biancani – Fonoprint Bologna
Progetto grafico Danilo Manassero

Copertina: elaborazione grafica di Danilo Manssero da una foto di Marcello Piu

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